
Alessandra Sciacca Banti ci presenta il bellissimo libro di Giusy d'Urso:
Il bene tolto, edizione Progetto cultura, 2007
Le voci di donna più autorevoli in campo letterario si sono alzate nel Novecento.
Una tra queste è stata quella di Clarice Lispector.
Il fenomeno della scrittura femminile si rinnova in questo scorcio di XXI secolo.
La lettura del libro di Giusi D’Urso, Il bene tolto, mi ha subito fatto pensare all’opera prima della Lispector: Vicino al cuore selvaggio
I due testi, incentrati sulle figure di due donne che si guardano dentro e analizzano tutto quello che percepiscono del mondo reale, hanno in comune anche la tecnica narrativa. Le costruzioni di immagini, realistiche o fantastiche. In particolare quelle realistiche sfumano nel poetico e nel immaginoso puro grazie all’uso di un lessico ricco e all’uso di figure retoriche, senza però la pesantezza che di solito accompagna questo processo. Sono le parole lievi ma potenti di cui parla un uomo, Italo Calvino, nelle Lezioni americane. La scrittura femminile ha forse più potenzialità di quella maschile ma ha bisogno di confrontarsi con essa anche nell’uso delle tecniche più raffinate e magari anche nella riflessione teorica.
La donna bionda senza nome di Giusi D’Urso e Joana, la protagonista del romanzo della Lispector, vivono il vuoto emotivo che le colpisce dopo il loro incontro con gli uomini della loro vita. Un vuoto che si ripercuote sul loro equilibrio fisico e mentale.
Nel libro di Giusi D’Urso si pone l’accento su questo senso di disagio, usando come specchio della condizione psico-fisica della protagonista, di cui non viene rivelato mai il nome, un fenomeno che ha a che fare sia con il corpo che con la psiche: le mestruazioni, simbolo della fertilità e quindi di quel senso di completezza che la maternità dà alle donne.
La donna senza nome non ha avuto figli, come non li ha avuti Joana nel romanzo di Clarice Lispector. In uno slittare di piani narrativi tra il presente e il passato della donna, messi in risalto dall’uso di diversi caratteri tipografici, c’è sempre questo elemento del senso di pienezza che le mestruazioni regolari danno alla protagonista. Il vuoto emotivo nasce anche dalla mancata realizzazione di quello che era in potenza nel corpo della donna giovane e fertile.
A cinquanta anni le mestruazioni sono andate via. Il vuoto emotivo è cresciuto dentro la protagonista.
Concluso un ciclo della sua vita, la donna senza nome affronta, passando per la disperazione, il ricordo del trauma che l’ha segnata. Essere violentata mentre ha le mestruazioni.
La rievocazione del trauma avviene alla presenza di uno degli uomini della sua vita. Il marito che è impotente di fronte alla sofferenza della compagna.
La rievocazione del trauma, una rievocazione solitaria nonostante la presenza maschile, secondo me ha una funzione catartica. La catarsi non ha sempre l’effetto di procurare sollievo, ma ha sempre quello di sciogliere i nodi del dolore e di dare una consapevolezza di questo dolore e delle sue ragioni.
Questo avviene in una forma più decisa anche nel romanzo della Lispector, dove Joana, liberata dai suoi fantasmi, parte per un viaggio. Il viaggio è spesso simbolo di liberazione e coscienza di sé.
La raggiunta capacità di auto-analisi è la caratteristica delle donne di carta del Novecento e del Duemila e delle donne-autrici che le hanno create.